Gabriele's profileL'eco del villaggio glob...PhotosBlogLists Tools Help

L'eco del villaggio globale

June 13

Solo con le piccole patrie faremo il federalismo

 

In Italia l’introduzione di un vero ordinamento federale è operazione alquanto difficile perché si è scelto di costruire il “federalismo” sulla base delle attuali Regioni. La storia di questi enti è legata in gran parte allo Stato nazionale. Fin da quando, il 13 agosto del 1860, il ministro dell’interno Luigi Carlo Farini esponeva i suoi timidi progetti di decentramento regionale alla commissione temporanea di legislazione presso il Consiglio di Stato sabaudo – progetti destinati ben presto al fallimento per la vittoria dei centralisti – le Regioni vennero pensate come circoscrizioni fatte per rinsaldare l’Unità e cancellare ogni traccia degli antichi Stati italiani, giudicati responsabili della secolare divisione del Paese. Questo aiuta a comprendere per quale motivo in Italia l’autonomia, lungi dall’essere radicata nel tessuto storico delle piccole patrie come avviene tuttora in Svizzera con i Cantoni, è stata quasi sempre pensata e voluta dalla classe politica nazionale per rendere coesa la patria italiana.

Il vero federalismo - come amava ripetere il professor Miglio – non mira a fondare l’Unità, si preoccupa per converso di “conservare, tutelare e gestire le diversità”. Per istituire un autentico ordinamento federale occorre quindi fondare una nuova Repubblica ove il potere sia diviso sul territorio tra la Federazione, le cinque Regioni a Statuto speciale e Comunità territoriali tendenzialmente coincidenti con le piccole patrie che componevano la geografia politica dell’Italia nei secoli anteriori all’Unità. Dalle 15 Regioni a Statuto ordinario bisognerebbe passare a 5 soggetti istituzionali al cui interno nuove Regioni, disegnate secondo criteri storici ed economici, possano disporre di ampie autonomie politico amministrative. I cinque membri della Federazione dovrebbero essere la Comunità regionale ligure piemontese, la Comunità regionale lombardo veneta, la Comunità regionale tosco emiliana (articolata nelle Regioni di Parma e Piacenza, Modena e Reggio, Bologna e Romagna, Toscana), lo Stato di San Pietro (Marche, Umbria e Lazio: la parte di territorio rimasta più a lungo sotto la sovranità del Papa), lo Stato del Sud Italia ricalcato in gran parte sui confini dell’antico Regno di Napoli.

Il filosofo risorgimentale Giuseppe Ferrari, nel firmare il 19 settembre 1851 il manifesto della rivoluzione federalista, scrisse che l’Italia non era la Francia, che la fondazione di una repubblica democratica unitaria non rispondeva alla storia della penisola, articolata da secoli in Stati regionali dai tratti ben definiti. Gli Stati cui guardava Ferrari erano otto: il Regno di Sardegna (Nizza, Savoia, Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Sardegna), la Lombardia, il Veneto (governati dall’Austria con due amministrazioni separate ma unite politicamente nel Regno lombardo veneto), il Ducato di Parma e Piacenza, il Ducato di Modena e Reggio, il Granducato di Toscana, lo Stato pontificio (Bologna, Romagna, Marche, parti delle attuali Regioni Umbria e Lazio) e il Regno delle Due Sicilie (Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Abruzzo, Molise e parti delle attuali province laziali di Rieti, Latina e Frosinone).

“L’Italia si compone di otto corpi politici, il diritto esige che la rivoluzione si riproduca otto volte, che si convochino otto assemblee, che queste proclamino otto repubbliche e che successivamente le otto repubbliche si uniscano mediante un’assemblea suprema in una federazione repubblicana. Questo è il diritto, questo è l’interesse della rivoluzione”. (Manifesto programma di Giuseppe Ferrari, Parigi 19 settembre 1851, in A. MONTI, Un dramma fra gli esuli, Milano, casa editrice Risorgimento 1921, pag.106).

Negli anni della Resistenza i vecchi autonomisti valdostani amavano difendere i diritti della loro Comunità con il motto: la petite patrie fait mieux aimer la grande, “la piccola patria fa meglio amare la grande”. Non c’è adagio migliore per sperare nell’avvento di una nuova Repubblica federale rispettosa delle identità storiche delle piccole patrie.

May 07

Dal voto trentino un altolà al governo

 

Dalle elezioni amministrative al Comune di Trento è stato confermato il sindaco di centro sinistra Alessandro Andreatta, il quale ha raccolto il 64,4% dei voti contro il 20,6% dello sfidante di centro destra Pino Morandini e il 7,6% della leghista Bruna Giuliani. Il risultato elettorale potrebbe risultare scontato a livello nazionale. Un sindaco confermato dai suoi cittadini è una persona che ha ben amministrato la città. Ma un’analisi più attenta del voto lascia trasparire una realtà ben più complessa.

La vittoria di Andreatta è stata schiacciante: il sindaco ha quasi raccolto i due terzi dei consensi. Se stiliamo una graduatoria delle singole liste che hanno appoggiato Andreatta, ci rendiamo conto che sono due i partiti più votati: il Partito democratico con il 29,8% e l’Unione per il Trentino del governatore della Provincia autonoma Lorenzo Dellai con il 17% dei consensi. Seguono, a grande distanza, il partito trentino tirolese Patt con il 4,7%, l’Italia dei Valori con il 3,4%, i Socialisti Democratici con il 3,2%, l’Udc con il 2,7% , i Verdi con il 2,9% e la lista Leali con l’1,9%.

Il recupero di consensi del Partito democratico è notevole se si considera che, alle elezioni per il governo della Provincia autonoma avvenute nel novembre 2008, il partito guidato da Franceschini si era fermato al 21,6% dei voti. Il confronto tra i due risultati deve però esser fatto con molta cautela, non foss’altro che per la maggiore estensione territoriale della provincia trentina, caratterizzata da un elettorato più variegato rispetto alla città capoluogo. Insomma, è probabile che il Partito democratico abbia registrato un effettivo aumento di consensi in Trentino, ma tale incremento non dovrebbe essere così marcato come indurrebbero a credere i risultati delle elezioni comunali.

Il dato più interessante è invece il successo dell’Unione per il Trentino che, con il 17% dei consensi, è il secondo partito della città. Fondata dal governatore Dellai, l’Unione è assai radicata sul territorio e ha fatto dell’autonomia la sua bandiera. Potremmo dire che il partito riproduce in piccolo ciò che la Lega Nord rappresenta - o dovrebbe rappresentare - nel Nord Italia. Come si dice in modo estremamente chiaro nel programma dell’Unione per il Trentino, il partito vuole non solo difendere l’autonomia speciale, ma rafforzarla accrescendone le funzioni di governo: “mediante un preciso impegno dell’Unione per il Trentino, la nostra terra si pone l’obiettivo di rafforzare ulteriormente l’autonomia e di acquisire, in prospettiva, competenze analoghe a quelle di un Land tedesco, al fine di dare piena espressione alla capacità di autogoverno della nostra comunità” (Programma elettorale Unione per il Trentino, Provinciali 2008, pag.42).

Il Popolo della Libertà e la Lega Nord dovrebbero riflettere sul successo dell’Unione per il Trentino e, ovviamente, sulle ragioni che hanno spinto l’elettorato a “trascurare” il centro destra. Non occorre spremersi le meningi. Qualche settimana fa, il ministro della funzione pubblica Renato Brunetta - al quale va tutta la mia stima per l’opera di bonifica con cui sta debellando i fannulloni nella pletora di uffici dell’amministrazione statale – ha sostenuto che le Regioni a Statuto speciale non hanno motivo di esistere. Secondo Brunetta, queste Regioni fruirebbero di privilegi assurdi, non più accettabili nell’Italia attuale. Tale giudizio, che da federalista quale sono mi ha fatto a dir poco rabbrividire, ha scontentato comprensibilmente le Regioni autonome. A mio parere i trentini, premiando in massa il partito democratico e il partito di Dellai, hanno inviato un chiaro segnale al governo centrale mostrando di non condividere una politica tesa all’annientamento delle Comunità territoriali. Lungi dal proporre una nuova Costituzione federale che confermi le autonomie delle Regioni a Statuto speciale dando nuovi poteri ai governi territoriali sulla base di un piano generale di ricostituzione delle piccole patrie, il ministro Brunetta vorrebbe estendere l’attuale “federalismo” delle Regioni a Statuto ordinario alle Regioni a Statuto speciale. Logico che i trentini hanno premiato la coalizione che dava maggiori garanzie per la salvaguardia delle libertà territoriali. Mica sono scemi.

Ma la ragione che spiega il successo del Partito di Dellai si collega al problema del Nord. Tutti sanno ormai che nel Lombardo Veneto nessun partito nazionale può vincere le elezioni se non si allea con una formazione politica autonomista. Lo hanno dimostrato le elezioni politiche dell’anno scorso, dalle quali è uscita vincitrice la Lega Nord con l’8,1% dei consensi. La Lega era l’unico partito nel cui programma si accennava – in termini per la verità assai vaghi – a una riforma federale potenzialmente radicale. Come recita un vecchio adagio: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. La legge sul cosiddetto “federalismo fiscale” si è rivelata infatti una mezza delusione per quanti credevano nel cambiamento. Ma non è questo il punto. Il dato su cui riflettere è che, un anno fa, i cittadini del Nord hanno premiato la coalizione che prometteva di voler rendere l’Italia una repubblica federale.

Su questi temi il centro sinistra è in clamoroso ritardo. Il Partito democratico poggia ancora su una struttura organizzativa nazionale. Intendiamoci. Non è mancato chi, come Cacciari, ha proposto di costituire un Partito realmente federale articolato su autonome formazioni politiche macroregionali in grado di competere con la Lega. Ma, come è fin troppo noto, tali proposte sono state respinte alcuni anni fa da Romano Prodi e da Walter Veltroni, che le ritenevano inaccettabili perché lesive dell’identità nazionale del Partito democratico. Ovvio. Non si può chiedere a un partito nazionale di farsi portavoce degli interessi delle piccole patrie. Ma il Nord produttivo, il Nord che vuole contare di più nella gestione della risorse pubbliche, non si accontenta della parola magica “decentramento”, non si accontenta del “regionalismo” della Costituzione vigente. Esso mostra di volere un federalismo che consenta ai territori di gestire in loco gran parte delle risorse finanziarie ch’essi versano allo Stato centrale. Se il centrosinistra vuole tornare a vincere, esso deve accettare la formazione di partiti autonomisti che, radicati su grandi aree macroregionali - penso al Nord Ovest (Liguria e Piemonte) e al Nord Est (Lombardo Veneto) – accettino di federarsi con il Partito democratico sulla base di un programma realmente autonomista. Non basta. Il risultato delle elezioni dovrebbe far riflettere i sostenitori del referendum: limitare la rappresentanza politica a due soli partiti nazionali è un progetto che viola gravemente i diritti delle minoranze.

January 21

Dalla crisi uscirà un'Italia rinnovata

 

La crisi che sta imperversando in Europa e negli Stati Uniti preoccupa un po’ tutti. E’ naturale: quando l’economia ristagna o attraversa addirittura una fase di recessione, i cittadini si chiedono quali saranno gli effetti della tempesta in un futuro più o meno vicino.

In Italia i primi colpi della crisi si sono già fatti sentire. Molti hanno perso il lavoro, alcuni lo perderanno, altri temono di perderlo. Il clima è di forte instabilità. Giunti i primi lampi di tempesta, gli italiani risparmiano, si preparano a tirare la cinghia, nell’incertezza tentano di mettersi al sicuro con i mezzi che ritengono più opportuni.

Secondo le stime diffuse alcuni giorni fa dalla Banca d’Italia, il Pil (il prodotto interno lordo) italiano dovrebbe registrare un calo di due punti sotto lo zero nel corso del 2009, il che significa che produrremo meno ricchezza rispetto all’anno passato. Il ministro dell’economia Giulio Tremonti sostiene che non si tratta del Medioevo. E’ difficile dargli torto. Se vogliamo ricorrere a una fortunata metafora, paesi come Germania e Stati Uniti brancolano in un tunnel decisamente più buio del nostro. Il dato dell’Italia resta tuttavia negativo. A preoccupare il governo sono gli effetti che la crisi produrrà sull’economia e, di conseguenza, sulla stabilità dei conti pubblici. Il debito pubblico e il debito pensionistico sono due macigni che, senza la forza di una produttività elevata, minacciano di schiacciarci come una spada di Damocle. 

Viene spontaneo chiedersi in che modo sapremo risolvere il problema. Probabilmente ne usciremo come abbiamo sempre fatto, rimboccandoci le maniche, continuando ad andare avanti nonostante tutto e tutti. Relativamente alle piccole e medie imprese, spina dorsale del nostro paese, alcune falliranno, altre sapranno vedere nella crisi un’occasione formidabile per rinnovarsi in profondità. Gli imprenditori dotati di creatività, professionalità, tenacia, ottimismo, spirito di sacrificio, riusciranno a sopravvivere per due motivi: avranno successo nel trovare nuovi settori su cui puntare e, dato decisivo, sapranno riformare le istituzioni amministrative dell’impresa per renderle funzionali al conseguimento degli obiettivi di mercato. Io sono convinto che le nostre aziende imboccheranno la via giusta per uscire dalla crisi.

Sarebbe però auspicabile che anche la classe politica, consapevole della difficile congiuntura economica, sappia rinnovarsi con saggezza e lungimiranza. E’ urgente una riforma radicale delle istituzioni che porti ai seguenti risultati.

1. Una significativa riduzione dei costi della politica a tutti i livelli, in particolare per i collegi rappresentativi (Parlamento, Consigli regionali, Consigli comunali).

2. Abolizione delle Provincie e introduzione della regola che assegna unicamente alla Regione il potere di istituire enti intermedi al di sopra del Comune. I costi di tali enti intermedi dovranno ovviamente gravare sui cittadini della Regione, non sulla collettività nazionale come avviene oggi.

3. Riforma federale della Repubblica italiana mediante l’istituzione di Comunità regionali che, comprendendo al loro interno più Regioni, abbiano le dimensioni e le risorse economiche adatte per sostenere gran parte delle funzioni pubbliche oggi esercitate dal Governo e dal Parlamento nazionale. La riforma è necessaria perché solo in questo modo i cittadini potranno fare i conti con istituzioni più vicine ai loro bisogni, maggiormente controllabili, rispondenti in maggior misura alle tradizioni storiche dei territori. Come ho già accennato in altri interventi, a mio giudizio le Comunità regionali dovrebbero essere cinque: Nord Ovest (Piemonte e Liguria), Nord Est (Lombardia e Veneto), Centro Nord (Emilia Romagna e Toscana), Centro (Marche, Umbria e Lazio) e Sud (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria). Le 5 Regioni a Statuto speciale dovrebbero avere gli stessi poteri delle Comunità regionali.

4. Potenziamento della Magistratura costituzionale: deve essere garantita la costituzionalità delle leggi e regolamenti emanati dal Parlamento federale, dalle Diete delle Comunità regionali, dal governo federale e dai governi comunitari dando la possibilità alla Corte d’i n t e r v e n i r e nel meccanismo di promulgazione delle leggi. Un Procuratore della Costituzione dovrebbe poter impugnare direttamente le norme di dubbia costituzionalità.

5. Potenziamento della Magistratura contabile: alla Corte dei Conti deve essere conferito il compito di controllare più strettamente l’operato degli enti locali. I sindaci dei Comuni, i presidenti delle Regioni e i governatori delle Comunità regionali dovrebbero essere tenuti a richiedere un parere vincolante alla Corte dei Conti in merito alle nomine o ai licenziamenti di funzionari nella pubblica amministrazione.

6. Riforma integrale della Costituzione (eccetto l'art.139) per dare agli italiani una Seconda Repubblica autenticamente federale, libertaria e democratica.

November 22

Noi italiani, soffocati da 150 anni di Stato unitario

 

Sembra che gran parte dei nostri connazionali abbia le idee confuse in tema di federalismo. Quando affrontano l’argomento, i nostri editorialisti e uomini di cultura non riescono a distaccarsi dall’idea che i pubblici poteri debbano dipendere dalle logiche di uno Stato unitario e sociale la cui amministrazione si vorrebbe passabilmente efficiente. Un modo di pensare che non appartiene soltanto alla stragrande maggioranza dei nostri opinion makers, alla classe dirigente e alla classe politica di questo paese, ma anche a tanti cittadini italiani che abitano al Nord, al Centro e al Sud.

Eugenio Scalfari, nei consueti editoriali domenicali di “Repubblica”, ha dedicato numerosi interventi al tema del federalismo. Nell’articolo Il rischio federalista nel Paese spezzato pubblicato verso la fine di agosto ha sostenuto “il diritto dei cittadini ad avere pari trattamento nei principali servizi pubblici, senza discriminazioni tra chi vive in Calabria o in Veneto, in Emilia o in Campania, nel Molise o in Sardegna, in Lombardia o nelle Marche. Quest'aspetto della questione –scrive Scalfari - spetta allo Stato di garantirlo. Se così non fosse l'intera costruzione federalista si sfascerebbe come un castello di sabbia”. Val la pena notare che tale posizione, se si sposa perfettamente con i presupposti ideologici del nostro Stato decentrato, non può avere alcun fondamento in un vero ordinamento federale. Ho citato l’intervento di Scalfari perché prova - meglio di qualsiasi altro – la completa estraneità della cultura italiana al tema del federalismo.

  

Un altro editorialista di “Repubblica”, Tito Boeri, in un articolo del 22 agosto sulle prime prese di posizione del governo in merito al “federalismo fiscale”, ha esordito con due periodi che mi lasciano francamente perplesso: “L’Italia ha bisogno di federalismo”, dice Boeri, che poi si affretta a precisare: “Il nostro è un Paese sempre più eterogeneo e frammentato al suo interno, in cui c’è troppo poco controllo sociale sulla gestione delle risorse comuni”. Dopo aver letto questo articolo, mi sono chiesto: se il vero federalismo è fatto per riconoscere le Piccole Patrie e tutelare la loro identità, tale ordinamento non presuppone precisamente che il Paese da unito diventi “frammentato” ed “eterogeneo”?

I ministri del quarto governo Berlusconi, compresi i leghisti, appartengono anch’essi alla corrente degli antifederalisti. Ai loro occhi Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni dovrebbero cooperare con lo Stato per garantire ai cittadini i diritti civili e sociali inseriti nella Costituzione; il che significa servizi tendenzialmente uniformi da Nord a Sud.

E’ un modo di guardare alle istituzioni lontano anni luce dal federalismo, perché l’azione dei poteri pubblici obbedisce in via primaria al principio di eguaglianza: i cittadini che abitano nel territorio della Repubblica d e v o n o ricevere i medesimi servizi da enti locali controllati in ultima istanza da un grande Stato nazionale. Tale logica, oltre a contrastare palesemente con i principi di un vero ordinamento federale, nega implicitamente l’esistenza delle Piccole Patrie e attenta ai diritti delle comunità autonome.

In realtà, come ricordava il professor Miglio, lo Stato sociale non è che una sottospecie dello Stato unitario. Se quest’ultimo – nella sua veste accentrata o decentrata – tende ad attenuare le diversità fin quasi a sacrificarle sull’altare dell’Unità (e pluribus unum), in un ordinamento federale il feticcio dell’Unità viene sostituito da un autentico c o n t r a t t o ove le Piccole Patrie, vedendo riconosciuta la loro identità, gestiscono in comune una parte delle funzioni pubbliche in condizione di assoluta parità (ex uno plures). Nel primo caso l’U n i t à  è qualcosa di artificiale, aprioristico, che rischia di sfociare in derive nazionalistiche. Nel secondo caso, l’U n i o n e è reale, parte dal basso, evita derive autoritarie grazie al ruolo basilare detenuto dei membri della Federazione. La chiave di volta del federalismo risiede precisamente nella libertà di associazione, in patti che ogni persona giuridica (dai cittadini agli enti territoriali) possono stringere tra loro in assoluta libertà. Come scrisse il teorico svizzero Denis de Rougemont, “una federazione si forma da vicino a vicino, tramite persone e gruppi, e non certo a partire da un centro o tramite i governi”.

In effetti, un sistema fondato sulla tutela delle diversità, sull’esaltazione delle autonomie, si sposa difficilmente con le logiche dello Stato sociale, perché tale regime si fonda su grandi amministrazioni burocratiche la cui azione tende a limitare la libertà dei cittadini, è portata ad annullare le differenze tra i territori.

A me pare che la radice dei problemi risieda nella confusione che esiste da secoli tra democrazia e liberalismo; negli Stati unitari il principio democratico di eguaglianza tende prevalere su quello liberale fondato sui diritti inviolabili degli individui e delle comunità. Il nostro Paese, che da 150 anni si regge su un regime rigorosamente unitario, non fa eccezione. L’amministrazione centrale e periferica dello Stato unitario costituisce ancora il perno del potere pubblico italiano e non manca di influenzare la vita quotidiana dei cittadini. Un tale processo ha avuto ripercussioni sulla mentalità degli italiani e sul loro modo di vedere la politica: si spiega così per quale motivo si ritenga ai nostri giorni del tutto naturale che gran parte delle funzioni pubbliche vengano gestite dall’amministrazione dello Stato nazionale unitario. Dalla scuola alla sanità, dalla politica economica all’ordine pubblico, dalla protezione civile alla guardia di finanza, dalla polizia di Stato al corpo forestale e così via, tutto riceve impulso e dipende dal governo centrale, il quale, essendo legato al Parlamento da un voto di fiducia, è portavoce non già di un presunto interesse generale, ma dell’interesse particolare dei partiti.

Insomma, l’autentico federalista non può non constatare amaramente l’incapacità a “pensare federale” che accomuna un numero considerevole di concittadini. Il che non dovrebbe poi stupire più di tanto. Chiedere agli italiani di voltare le spalle a 150 anni di Stato unitario è operazione quasi disperata. E’ un po’ come chiedere a un fascista di rinnegare la fede granitica nel Duce, a un nazionalista di abbandonare la sua venerazione nei confronti dei “Padri della Patria”, a un fanatico religioso di rinunciare ai suoi feticci. Riconosciamolo. Convertire gli italiani alla causa del federalismo, farli consapevoli che la ricostituzione delle Piccole Patrie può essere un fattore di rinnovamento per il Paese, non è operazione che possa esser fatta dall’oggi al domani. Richiede tempo. E’ un’operazione che, a mio giudizio, merita di essere tentata per rinsaldare il legame dell’Italia con la sua autentica natura particolaristica.

November 03

La Cà granda: simbolo di operosa carità ambrosiana

 

L’Università Statale è uno dei luoghi simbolo della città ambrosiana. La costruzione dell’edificio si deve all’iniziativa del duca di Milano Francesco Sforza e delle moglie Bianca Maria Visconti, i quali vollero fondare un grande ospedale che si prendesse cura dei poveri malati dispersi nelle città e nelle campagne dello Stato lombardo. Il duca donò all’ospedale alcune case nel quartiere di Porta Romana: le fece risistemare e abbellire dall’architetto Antonio Filerete e, ricorrendo ai fondi degli altri ospedali della città e della diocesi, fece in modo che la nuova struttura di assistenza sanitaria fosse dotata di risorse adeguate. Insomma, in queste e altre opere di carità, i tiranni e principi del Medioevo parvero dimostrarsi decisamente più generosi rispetto ai governanti del nostro tempo. L’Ospedale Maggiore - che i milanesi chiamavano Cà Granda - sorgeva all’interno delle mura medievali, a pochi metri da quel naviglio (la famosa “Fossa Interna”) che costituiva per quei tempi una formidabile via di comunicazione: basti dire che vi transitavano i grandi barconi carichi di merci, derrate e materiali da costruzione che poi i barcaioli lasciavano nelle ‘sciostre’, spiazzi di deposito merci che, posti a intervalli ai lati della fossa, costituivano indispensabili punti di approdo per i barconi.

Milano. Ponte di P.Romana

A questo punto si riesce forse a capire meglio per quale motivo Francesco Sforza decise di donare all’ospedale quelle case poste così a ridosso del naviglio. La Cà granda sorgeva in una posizione strategica: l’edificio, situato all’interno delle mura medievali, non solo si trovava nel centro cittadino ma, posto in prossimità del naviglio e vicinissimo al contado circostante, poteva essere raggiunto facilmente anche da quanti abitavano nei paesi delle campagne suburbane. L’utilizzo della Fossa Interna quale via di comunicazione consentiva il continuo rifornimento dell’ospedale, i cui prodotti e medicinali provenivano dai terreni che la Cà Granda possedeva nelle campagne grazie ai generosi lasciti dei patrizi milanesi. Verso la metà del Seicento, l’edificio venne ampliato con le sistemazioni dell’architetto Richini: il grande chiostro interno e la chiesa dell’Annunciata diedero così all’ospedale una veste grandiosa ma al contempo misurata; una solennità ch’era quasi corretta da quell’austera chiesetta posta allora quasi a ridosso del naviglio e che quanti entrano in Università vedono ancora oggi nella sua veste umile e discreta al lato opposto dell'ingresso.

Qualcuno potrebbe chiedersi: come poté l’Ospedale Maggiore operare nei secoli al servizio dei malati e dei moribondi senza mai incorrere in una carenza di risorse? Potrà stupire ma in una città di cui si lamenta negli ultimi tempi l’eccessivo consumismo e un amor proprio poco sensibile al bene della comunità, la grandezza della Cà granda nei suoi cinque secoli di storia fu resa possibile grazie al profondo sentimento di carità dei milanesi e dei patrizi in particolare: essi non fecero mai mancare all’ospedale i fondi necessari per il sostegno delle cure in favore dei poveri. L’amore per il prossimo e, in particolar modo, l'operosa carità cristiana sono semi che hanno trovato quasi sempre nella città di Ambrogio terreno fertile su cui attecchire.

 

Gabriele Coltorti

Location
Trovo molto di me stesso in una bella riflessione che Giuseppe Prezzolini, grande studioso e giornalista del secolo scorso, scrisse molti anni fa in un suo libro: "non c'è vita, per anormale che sia, che non abbia un suo equilibrio, e non bisogna cercare di modificarlo, perché certi difetti hanno un contrappeso in altrettante qualità, e per corregger i primi spesso si distruggono le altre".

Video

 

Identità italiana e federalismo  

Bruce Springteen & The Seeger session  

Marie Digby - Say It Again  

Marie Digby - Feel  

Il Conte Zio e il Padre Provinciale  

by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
directory blog